Pazzi per l’Aglianico, il vitigno a bacca nera più diffuso dell’Italia Meridionale: è infatti in quasi tutte le doc campane, sino alla scorsa vendemmia era nell’unica doc lucana ed è presente ampiamente anche in Puglia e Molise. Il suo territorio d’elezione inizia tra i castagni del vulcano spento gonfio di acque minerali di Roccamonfina al confine tra il Lazio e la Campania e termina nel Vulture, l’altra grande bocca di fuoco letteralmente scoppiata 800.000 anni fa, anch’esso gonfio di acqua.
La sua fortuna commerciale inizia, proprio come per il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino, con la scelta di Angelo, Antonio e Walter Mastroberardino di puntare sui vitigni autoctoni della Campania nell’immediato dopoguerra, quando si pensava ad introdurre in Campania vitigni nazionali come il sangiovese, il trebbiano, il montepulciano e perfino la barbera perché più produttivi e facili da coltivare. Questa scelta commerciale dell’azienda di Atripalda si è rivelata vincente, capace di rovesciare un radicato pregiudizio secondo il quale non era possibile avere rossi potabili al Sud.
Poi, a partire dagli anni ’80 dopo la crisi provocata dallo scandalo del metanolo, la svolta di cui si cominciano a vedere i risultati proprio in questi anni. Anzitutto il rosso diventa di moda in quanto tale perché si afferma nel mercato anglosassone la convinzione salutistica che faccia anche bene. Dopo il boom internazionale della Toscana e del Piemonte è la volta della riscoperta dei vitigni autoctoni di cui il Mezzogiorno, soprattutto la Campania e la Calabria, è ricchissimo.
L’Aglianico si presenta a questo appuntamento con le carte in regola. Praticamente la stragrande maggioranza delle aziende decide di seguire l’esempio di Mastroberardino e sul mercato arriva finalmente una vasta gamma di prodotti di alta qualità mentre il Vulture negli ultimi quattro anni riesce ad attrarre una pioggia di investimenti tra cui spicca quello del Gruppo Italiano Vini, si rifanno le cantine pensando all’accoglienza turistica e soprattutto si tirano fuori rossi di grande stoffa.
Attualmente l’Aglianico si divide in tre grandi filoni. Il primo è la docg Taurasi nella quale si utilizza un clone locale chiamato appunto aglianico di Taurasi. Il secondo è l’Aglianico del Taburno, una doc proprio a ridosso di Benevento, il terzo è l’Aglianico del Vulture di cui si comincia a prendere in considerazione l’idea di chiedere il riconoscimento docg. Un vitigno difficile da coltivare, in genere è l’ultima uva ad essere vendemmiata, le rese per ettaro non sono mai eccezionali, i tannini devono essere lavorati con attenzione e comunque nonostante le tecniche raffinate di cantina rendono al meglio con il passare del tempo. Queste caratteristiche giudicate negative sono diventate pregi: l’Aglianico è infatti un bicchiere tipico, autentico, elegante, che si sposa alla cucina di territorio, anima di importanti doc come quella del Lacryma Christi, base di vini rinomati come il Falerno, il Gragnano, protagonista del rilancio di intere zone come Galluccio, la Costa d’Amalfi, il Cilento.
di Luciano Pignataro